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Itinerario "Monte Rodolino"

Cartografia Tabacco 028. Segnavia CAI 968-973a

di Rosetta Barbetti

MONTE RODOLINO da Poffabro (del 9/6/2019)…

il Monte Rodolino era un sogno chiuso nel cassetto dei desideri da tempo inestimabile, lo tenevo lì, custodito gelosamente in attesa che venisse il momento giusto per poterlo finalmente rispolverare e tirare fuori. Dalla nostra c’era senza dubbio un buon allenamento acquisito ultimamente dalle uscite assai frequenti ed il meteo che si dimostrava essere decisamente favorevole. È stato dalla considerazione di questi fatti che domenica 9 giugno abbiamo così deciso di porre in essere la realizzazione del nostro progetto. La sveglia puntata all’alba ci ha trovati più arzilli e vispi che mai, pronti ad affrontare la nuova avventura con un entusiasmo a dir poco fanciullesco. Dopo aver fatto colazione ed aver assolto agli ultimi preparativi siamo partiti in direzione di Poffabro, giungendovi da Maniago. In questo magnifico paesino abbiamo lasciato l’auto nel comodo parcheggio poco al di sotto della chiesa e, con gli scarponi ai piedi e gli zaini in spalla abbiamo dato inizio alla nostra escursione. Mentre il delizioso borgo si prestava a crogiolarsi in grembo al nuovo giorno, noi abbiamo camminato lungo le piccole viuzze per raggiungere la salita della Via Crucis e da lì abbiamo dolcemente preso quota nel sentiero che si sviluppava nel bosco, delimitato puntualmente dalle stazioni della passione di Cristo. Il terreno e le piante esalavano sbuffi umidi e caldi e l’atmosfera era intrisa da mille, inebrianti essenze. In particolare quella del sambuco che peraltro io adoro cercava di padroneggiare sulle altre, non sempre però riuscendoci. Siamo dunque sbucati sulla strada asfaltata nei pressi del monastero e da qui l’abbiamo risalita fin laddove c’era il divieto di accesso alle automobili. Quindi abbiamo continuato verso sinistra risalendo un tratto di pista forestale, ma subito dopo, stavolta alla nostra destra abbiamo imboccato il sentiero CAI 968 che si intrufolava, inerpicandosi, nella foresta mista di conifere e latifoglie. Capitava a volte di uscire allo scoperto e allora la visuale veniva gratificata dalla magnificenza di quella che sarebbe stata la nostra meta, che si palesava innanzi a noi con tutta la sua verdeggiante, lussureggiante bellezza. Ma soprattutto a riscaldarci gli animi colmi di aspettative era la fenomenale cresta che di lì a poco avremmo percorso, sospesi come esseri eterei a cavallo tra due mondi. Ma c’era ancora da camminare prima di porre in essere questo proposito e dunque avanti lungo il nostro sentiero che, dopo aver lambito una fatiscente costruzione fatta di blocchi di cemento, ora indugiava con anse regolari lungo una selva oscura occupata esclusivamente da abeti. Gli aromi sprigionati dagli stessi alberi e dalle loro resine erano la libidine dei sensi e l’aroma terapia era altresì cibo per l’anima.

Diversi cuculi lanciavano i loro richiami da svariate zone e l’unione dei loro versi era colonna sonora per la nostra avventura. Usciti dall’abetaia siamo giunti in erbosi spazi aperti dove i larici stavolta sparsi qua e là occupavano da protagonisti la scena. Affioramenti rocciosi e lingue di candide ghiaie caratterizzavano un paesaggio ricco di fascino e di magia, amplificati ulteriormente da un cielo che ogni tanto era offuscato da leggere e delicate velature opache. Tirava una brezza malandrina mandata da Eolo che prudentemente non voleva ci surriscaldassimo troppo. Da qui seguendo sempre la nostra traccia abbiamo iniziato a prendere decisamente quota lungo ripidi e vertiginosi verdi, calpestando strette anse ghiaiose o rocciose. La immane prateria era punteggiata da fioriture dai mille colori e gli insetti scorrazzavano di fiore in fiore come impazziti sotto l’effetto di sostanze eccitanti. Abbiamo quindi raggiunto il canalino ai piedi di Forcella Racli e da qui, risalendo altrettanto ripide balze erbose o saltini rocciosi abbiamo raggiunto la mitica forcelletta incuneata come una gemma preziosa tra severi ed acuminati speroni rocciosi. Qua la vista che ci si è aperta sulla Val Silisia era spettacolare e laggiù un Raut ancora leggermente innevato si poneva baldanzoso in bella mostra. Da Forcella Racli abbiamo abbandonato il segnavia CAI che ci aveva accompagnati lungo tutto il percorso per seguire subito alla nostra destra dei segni rossi che più che bolli somigliavano a delle chiocciole, i quali ci hanno segnalato il prosieguo del nostro itinerario facendoci arrampicare su un tratto assai ripido di roccette e che una volta superato ci ha fatti guadagnare l’ambita cresta. Abbiamo dunque continuato verso destra iniziando così ad affrontare quella che è stata la parte più adrenalinica, emozionante e sensazionale di tutto il percorso, in quanto, affrontando diversi saliscendi siamo stati in bilico tra due mondi come dei funamboli sospesi in attimi senza limitazioni di spazio e tempo. La cresta assumeva ogni volta aspetti diversificati tra loro: poteva essere erbosa, dominata da infiorescenze di numerosissimi botton d’oro o anemoni o non ti scordar di me; oppure rocciosa e molto più articolata, dove sembrava di camminare sulle squame dorsali di uno stegosauro; oppure ancora sottile come una lama di coltello e allora lì il cardiopalma si faceva sentire più che mai bussando ai nostri petti con audacia inaudita. Era allo stesso tempo elettrizzante e gratificante spostare lo sguardo da destra a sinistra perché vi si palesavano paesaggi assolutamente differenti tra di loro. Infatti mentre a destra i ripidi pendii scendevano a valle e si dissolvevano nella sterminata pianura occupata dai coltivi e dai corsi d’acqua, alla nostra sinistra si perdevano a vista d’occhio catene montuose a non finire e l’effetto che ne derivava era cibo per l’anima.

La cima erbosa del Rodolino, contrassegnata dalla presenza di un Cristo, ci ha accolti benevola e sorniona, offrendoci ospitalità e clemenza. Il panorama che ci attorniava era leggermente velato da una tenue foschia che addolciva lo scenario senza però fargli perdere la sua innata e naturale amenità. La pausa su questo pulpito delizioso è stata lunga e rilassante: distesi su un folto tappeto verde ci siamo crogiolati sotto un sole non troppo cocente, beatificandoci sotto le zaffate di una brezza corroborante e lusinghiera. Dopo le firme sul libro di vetta e le immancabili foto, abbiamo proseguito seguendo sempre la nostra traccia bollinata, continuando ancora lungo dei saliscendi a ridosso del filo di cresta. Qua e là non mancava di certo qualche ometto ad indicarci la giusta via da seguire. Abbiamo anche camminato lungo corridoi circondati dalle mughe, finché non è arrivato il momento di prestare la massima attenzione in discese assai ripide ed adrenaliniche inizialmente lungo gradini erbosi, poi su flebili tracce a mezzacosta ed infine lungo una parete detritica assai scoscesa quanto infima. Con l’attenzione al massimo livello abbiamo quindi riguadagnato spazi erbosi più agevoli, delimitati altresì verso sinistra dalla rassicurante presenza di faggi dalle folte chiome ondeggianti per effetto della leggera brezza. Da qui ad arrivare a Forcella Salinchieit è stato un attimo. Dalla forcella noi abbiamo continuato verso destra, intraprendendo il segnavia CAI 973a, abbandonando così definitivamente il tratto bollinato. Abbiamo dunque iniziato a perdere quota lungo un percorso molto più comodo e rassicurante su fondo prettamente ghiaioso o roccioso che rasentava ripidi erbosi. Scendendo abbiamo lambito impluvi ed attraversato diverse cengette che, anche se aeree, non erano mai pericolose. Continuando il cammino abbiamo riguadagnato l’adorato bosco in cui fioriture meravigliose ed a me sconosciute regalavano tocchi di colore e vivacità inaspettati. Sembravano essere lì piantate apposta dagli gnomi per rallegrare il loro habitat. Usciti dalla foresta abbiamo raggiunto le candide ghiaie su cui abbiamo ulteriormente perso quota per un’altro buon tratto di sentiero. Quando abbiamo abbandonato la lingua detritica ci siamo nuovamente addentrati in terreno erboso e successivamente ancora nel bosco fino ad intravedere finalmente i tetti delle case del paese. La ripidità del percorso non è comunque mai venuta a mancare, solo quando abbiamo raggiunto e guadato un ruscello, attraversando inoltre dei ponticelli in legno a ridosso di un lavatoio, abbiamo finalmente potuto allentare la tensione. Da qui poi abbiamo riguadagnato la strada asfaltata che ci ha condotti fin laddove al mattino avevamo lasciato l’auto. Questa avventura è senza dubbio stata una delle più esilaranti che abbiamo compiuto ultimamente, sia dal punto di vista emotivo che da quello della soddisfazione personale. Anche stavolta infatti gratificazione ed autostima non sono di certo mancate, oltre al fatto, non meno importante, di aver messo “in paniere” una nuova, elettrizzante cima.

Cartografia Tabacco 028. Segnavia CAI 968-973a.

Rosetta Barbetti

Rosetta Barbetti

Escursionista

Avvicinamento

Risalendo da Maniago la strada della Val Colvera oppure percorrendo dalla Val Tramontina la rotabile che passa per Navarons, si giunge a Poffabro dove si lascia l’auto nella piazzetta del paese (m.506, piccolo parcheggio).

Descrizione:

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